
Questo documento analizza il complesso dibattito tra i sostenitori dei motori a combustione interna (ICE) e quelli dei motori elettrici a batteria (BEV), esaminando l'impatto ambientale di entrambe le tecnologie. Partendo da dati scientifici, esploreremo gli inquinanti emessi dai veicoli a combustione, il loro effetto sulla salute umana, e il sorprendente consumo di ossigeno atmosferico da parte dei motori termici. Analizzeremo inoltre le alternative tecnologiche disponibili e il loro reale impatto ambientale, offrendo una panoramica completa sulle emissioni dirette e indirette delle diverse soluzioni di mobilità.
Tutti i diritti riservati.
La qualità dell'aria che respiriamo ogni giorno è fortemente influenzata dalle emissioni dei veicoli a combustione interna. Per comprendere il vero impatto di questi mezzi sull'ambiente e sulla nostra salute, è fondamentale conoscere gli inquinanti che producono durante il loro funzionamento.
Gas altamente tossico prodotto dalla combustione incompleta del carburante. Inodore e incolore, può causare avvelenamento anche in piccole concentrazioni, riducendo la capacità del sangue di trasportare ossigeno.
Composti che contribuiscono alla formazione dello smog fotochimico e delle piogge acide. I NOx sono particolarmente abbondanti nelle emissioni dei motori diesel e causano irritazione delle vie respiratorie e infiammazioni polmonari.
Molecole di carburante non completamente bruciate che partecipano alla formazione dell'ozono troposferico, un gas irritante e nocivo per l'apparato respiratorio umano e l'ambiente.
Microscopiche particelle solide o liquide che possono penetrare nel sistema respiratorio umano, raggiungendo i polmoni e persino il flusso sanguigno. Il particolato fine (PM2,5) è particolarmente dannoso per la salute.
Principale gas serra responsabile del cambiamento climatico. Sebbene non sia direttamente tossica per l'essere umano nelle concentrazioni emesse dai veicoli, il suo accumulo nell'atmosfera contribuisce al riscaldamento globale.
Questi inquinanti non rappresentano solo un problema ambientale a lungo termine, ma influenzano direttamente la nostra salute quotidiana, soprattutto nelle aree urbane densamente popolate dove la concentrazione di veicoli è elevata e il ricambio d'aria può essere limitato.
Ogni carburante utilizzato nei veicoli a combustione interna produce quantità diverse di anidride carbonica quando viene bruciato. Queste emissioni contribuiscono direttamente al cambiamento climatico e sono uno dei parametri fondamentali per valutare l'impatto ambientale dei diversi tipi di alimentazione.
Come evidenziato nel grafico, il gasolio (diesel) e il metano producono le maggiori quantità di CO₂ per unità di carburante consumato, con circa 2.650 grammi per litro e 2.750 grammi per chilogrammo rispettivamente. La benzina si colloca in una posizione intermedia con 2.380 grammi per litro, mentre il GPL si dimostra il carburante fossile meno impattante in termini di emissioni dirette di CO₂, con 1.610 grammi per litro.
È importante sottolineare che questi valori si riferiscono alle emissioni dirette prodotte dalla combustione e non tengono conto dell'efficienza energetica del motore. I motori diesel, ad esempio, pur emettendo più CO₂ per litro di carburante, sono generalmente più efficienti dei motori a benzina, consumando meno carburante per percorrere la stessa distanza.
Tuttavia, l'impatto ambientale non si limita alle sole emissioni di CO₂. Come vedremo nelle sezioni successive, gli altri inquinanti prodotti dalla combustione giocano un ruolo altrettanto importante nell'inquinamento atmosferico e nei suoi effetti sulla salute umana.
L'Unione Europea ha progressivamente implementato sin dal 1992 standard sempre più rigorosi per limitare le emissioni dei veicoli a combustione interna. Queste normative, conosciute come standard "Euro", hanno imposto ai costruttori di ridurre significativamente gli inquinanti prodotti dai motori, contribuendo a migliorare la qualità dell'aria nelle città europee.Vediamo le ultime in ordine cronologico:
Ha imposto limiti più severi su monossido di carbonio (CO), idrocarburi (HC), ossidi di azoto (NOx) e particolato. Questa normativa ha portato alla diffusione dei filtri antiparticolato (FAP/DPF) come dotazione standard sui veicoli diesel.
Ha ulteriormente ridotto i limiti di emissione, specialmente per gli ossidi di azoto (NOx) nei motori diesel. Per rispettare questi standard, molti veicoli diesel sono stati equipaggiati con sistemi SCR (Selective Catalytic Reduction) che utilizzano AdBlue per ridurre le emissioni di NOx.
Questa futura normativa mira a unificare e inasprire ulteriormente i limiti per tutti i tipi di motori, con particolare attenzione alle emissioni in condizioni di guida reali. L'obiettivo è ridurre il divario tra le emissioni misurate in laboratorio e quelle effettive su strada.
L'evoluzione di queste normative ha portato a significativi miglioramenti tecnologici nei motori a combustione interna, con l'introduzione di catalizzatori più efficienti, sistemi di iniezione avanzati e dispositivi di post-trattamento dei gas di scarico. Tuttavia, l'implementazione di queste tecnologie ha anche aumentato la complessità e il costo dei veicoli, sollevando interrogativi sulla sostenibilità a lungo termine del motore a combustione interna in un contesto di regolamentazioni sempre più stringenti.
Nonostante i progressi raggiunti, resta il fatto che anche i motori più moderni e conformi agli standard Euro 6d continuano a emettere quantità significative di sostanze inquinanti, soprattutto in condizioni di guida non ottimali come il traffico urbano o durante l'avviamento a freddo. Questo ha alimentato il dibattito sulla necessità di accelerare la transizione verso soluzioni di mobilità a zero emissioni.
Il parco veicolare italiano, secondo i dati del 2019, ha contribuito in modo significativo all'inquinamento atmosferico nazionale. Analizzando i dati delle emissioni complessive dei veicoli circolanti in Italia, emergono numeri preoccupanti che ci aiutano a comprendere l'impatto ambientale dei trasporti su strada.
L'anidride carbonica emessa annualmente dal circolante italiano rappresenta un contributo sostanziale all'effetto serra e al riscaldamento globale.
Gli ossidi di azoto, particolarmente dannosi per le vie respiratorie e responsabili dello smog fotochimico, vengono rilasciati in quantità allarmanti nell'atmosfera.
Il particolato fine, capace di penetrare in profondità nei polmoni e nel flusso sanguigno, rappresenta una seria minaccia per la salute pubblica.
Questi dati, sebbene riferiti al 2019, sono indicativi di una situazione che evolve lentamente. Nonostante l'introduzione di veicoli più ecologici e l'inasprimento delle normative sulle emissioni, la presenza di un elevato numero di veicoli datati nel parco circolante italiano (con un'età media superiore ai 11 anni) contribuisce a mantenere alti i livelli di inquinamento.
Va sottolineato che queste emissioni non sono distribuite uniformemente sul territorio nazionale: le aree urbane, e in particolare le zone metropolitane del Nord Italia come la Pianura Padana, presentano concentrazioni molto più elevate a causa della densità del traffico e delle caratteristiche geografiche che limitano la dispersione degli inquinanti.
L'inquinamento prodotto dai veicoli a combustione interna non rappresenta solo un dato statistico, ma influenza direttamente la qualità dell'aria che respiriamo quotidianamente, con conseguenze tangibili sulla salute pubblica e sull'ambiente.
Gli inquinanti emessi dai veicoli a combustione interna non sono semplici numeri astratti, ma sostanze che hanno un impatto diretto e misurabile sulla salute umana. Quando consideriamo le quantità di inquinanti rilasciati quotidianamente nell'atmosfera e li rapportiamo alla popolazione italiana, emergono dati preoccupanti.
*La CO₂ è considerata indoor pollutant sopra i 1.000 ppm secondo ASHRAE.
La tabella mette in evidenza un dato allarmante: se consideriamo la quantità totale di inquinanti emessi e la dividiamo per la popolazione italiana, otteniamo valori di esposizione teorica che superano di migliaia di volte i limiti considerati sicuri dall'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).
Naturalmente, questi valori rappresentano una semplificazione, poiché non tutte le emissioni vengono effettivamente inalate in modo uniforme dalla popolazione. Tuttavia, nelle aree urbane densamente trafficate, le concentrazioni di inquinanti possono raggiungere livelli pericolosi in determinate ore del giorno.
Secondo studi epidemiologici, l'esposizione prolungata a questi inquinanti è associata a un aumento significativo di bronchiti croniche, asma, patologie cardiovascolari, tumori e morte prematura. Questo sottolinea l'importanza di intervenire non solo per mitigare il cambiamento climatico, ma anche per proteggere la salute pubblica nel breve termine.
Per comprendere appieno l'impatto ambientale dei veicoli a motore, è fondamentale analizzare quale percentuale dell'inquinamento totale sia attribuibile al trasporto stradale. I dati relativi all'Italia nel periodo 2020-2022 offrono un quadro chiaro della situazione.
Come evidenziato dal grafico, il trasporto stradale rappresenta una fonte significativa di inquinamento, in particolare per quanto riguarda gli ossidi di azoto (NOx), di cui è responsabile per oltre un terzo delle emissioni totali nazionali. Anche per i gas serra, principalmente anidride carbonica (CO₂), il contributo è rilevante, con circa un quarto delle emissioni complessive.
All'interno del settore del trasporto stradale, i veicoli diesel giocano un ruolo predominante nell'emissione di alcuni inquinanti specifici:
Questi dati evidenziano come, nonostante i progressi tecnologici e l'inasprimento delle normative, i veicoli diesel continuino a rappresentare una fonte significativa di inquinanti atmosferici dannosi per la salute umana, in particolare NOx e particolato fine.
La transizione verso veicoli a emissioni zero non è quindi solo una questione di contrasto al cambiamento climatico, ma anche una necessità per migliorare la qualità dell'aria nelle nostre città e ridurre l'impatto sulla salute pubblica.
Quando si parla di veicoli a combustione interna, si tende a concentrarsi principalmente sulle emissioni inquinanti. Tuttavia, esiste un altro aspetto spesso trascurato: il consumo di ossigeno atmosferico necessario per alimentare la combustione. Questo "respiro rubato" rappresenta un fenomeno invisibile ma significativo.
Un adulto medio inspira ed espira circa 11.500 litri di aria ogni 24 ore, di cui circa il 21% è ossigeno. Questo significa che ogni essere umano utilizza quotidianamente oltre 2.400 litri di ossigeno puro per la propria respirazione. Ma quanto ossigeno consuma un motore a combustione?
Questi dati rivelano un aspetto sorprendente: un singolo veicolo al minimo, anche senza essere in movimento, consuma una quantità di ossigeno paragonabile a quella di diverse persone. Se consideriamo migliaia di veicoli in una città, il fenomeno assume dimensioni considerevoli.
La combustione, per definizione, richiede un comburente (l'ossigeno) per bruciare il combustibile. Ogni motore è una piccola fabbrica di combustione che mischia aria e carburante in proporzioni specifiche:
L'ossigeno consumato, una volta utilizzato nel processo di combustione, non è più disponibile nell'atmosfera immediata. Viene trasformato in anidride carbonica, vapore acqueo e altri composti. Questo "furto" di ossigeno, moltiplicato per milioni di veicoli, rappresenta un fenomeno significativo ma raramente considerato nel dibattito sull'impatto ambientale dei motori a combustione.
Un aspetto spesso sottovalutato dell'impatto ambientale dei veicoli a combustione interna è quello delle emissioni e del consumo di ossigeno quando il motore è semplicemente acceso al minimo, ad esempio durante le code nel traffico o nelle soste con motore acceso. Analizziamo in dettaglio cosa succede in queste condizioni, confrontando motori benzina e diesel da 2000 cc.
Da questi dati emergono differenze significative tra i due tipi di motore:
Produce più CO₂ (23,1 g/min), più monossido di carbonio (CO) e più idrocarburi incombusti (HC). Consuma anche più ossigeno, circa 168 litri al minuto.
Emette meno CO₂ (18 g/min), ma produce quantità decisamente maggiori di ossidi di azoto (NOx) e particolato (PM), fino a 900% in più rispetto alla benzina. Consuma meno ossigeno, circa 49 litri al minuto.
Per comprendere l'impatto cumulativo, immaginiamo uno scenario urbano: se 1.000 auto diesel restano ferme al minimo per 10 minuti, ad esempio durante l'ora di punta, emetteranno complessivamente 3 kg di NOx e 20 g di particolato - semplicemente stando ferme con il motore acceso.
Questi dati dimostrano come anche i momenti di inattività dei veicoli a combustione, comunemente considerati "innocui", contribuiscano in modo significativo all'inquinamento atmosferico, specialmente nelle aree urbane congestionate. Questo fenomeno rappresenta un ulteriore argomento a favore della transizione verso veicoli a zero emissioni, che non producono inquinanti nemmeno durante le soste.
Per comprendere la reale pericolosità delle emissioni dei motori a combustione, consideriamo un esperimento teorico: cosa accadrebbe se un veicolo con motore acceso al minimo fosse lasciato in una stanza chiusa di 100 metri quadrati, con un'altezza standard di 2,5 metri e nessun ricambio d'aria?
Consumo di ossigeno: circa 49 litri/minuto
Consumo di ossigeno: circa 168 litri/minuto
Oltre alla diminuzione dell'ossigeno, va considerato l'accumulo di gas tossici, in particolare il monossido di carbonio (CO), che è letale anche in concentrazioni relativamente basse. In uno spazio chiuso come quello descritto:
Questo esperimento teorico, pur essendo estremo, evidenzia il reale pericolo rappresentato dalle emissioni dei motori a combustione, specialmente in ambienti con ventilazione limitata come garage sotterranei, gallerie o aree urbane molto congestionate con scarso ricambio d'aria.
Per comprendere la reale portata del consumo di ossigeno da parte dei motori a combustione, è illuminante confrontarlo con il fabbisogno respiratorio degli esseri umani. Questo confronto mette in evidenza un aspetto spesso trascurato dell'impatto ambientale dei veicoli a motore termico.
Un adulto medio a riposo consuma quotidianamente:
Un neonato, nonostante le dimensioni ridotte, ha un fabbisogno significativo:
I dati sono sorprendenti: un motore diesel da 2000 cc al minimo consuma ossigeno equivalente a quello di circa 117 adulti, mentre un motore a benzina della stessa cilindrata arriva a consumare l'ossigeno di ben 400 adulti. Questo significa che un singolo veicolo acceso al minimo "respira" come centinaia di persone.
Traducendo questi dati in termini più concreti, possiamo calcolare quante "morti respiratorie equivalenti" corrispondono a 5 minuti di motore al minimo:
Questi numeri, seppur teorici, evidenziano come i veicoli a combustione interna rappresentino un "ladro di ossigeno" significativo nell'ambiente urbano, consumando una risorsa vitale per la respirazione umana e contribuendo al deterioramento della qualità dell'aria.
Per valutare correttamente l'impatto del consumo di ossigeno da parte dei veicoli a combustione, è necessario comprendere l'equilibrio complessivo dell'ossigeno atmosferico: qual è la sua quantità totale, quanto ne viene prodotto naturalmente e quanto ne viene consumato dalle diverse attività umane.
L'ossigeno molecolare (O₂) costituisce circa il 21% del volume dell'atmosfera terrestre, con una massa totale stimata in circa 1,1 × 10¹⁸ kg (ovvero 1,1 quintilioni di chilogrammi). Questa straordinaria riserva è il frutto di miliardi di anni di attività fotosintetica svolta da piante, alghe e microrganismi.
La biosfera terrestre produce continuamente nuovo ossigeno attraverso la fotosintesi. I principali contributori sono:
Alcune stime teoriche ottimistiche ipotizzano una produzione giornaliera globale di ossigeno pari a circa 900 milioni di tonnellate, ovvero 900 miliardi di kg al giorno. Questo valore rappresenta il potenziale massimo della biomassa fotosintetica planetaria, senza tenere conto dei processi naturali di riassorbimento e consumo.
In realtà, secondo i dati del NOAA e pubblicazioni su Nature Geoscience, la produzione netta effettivamente disponibile è molto più bassa: circa 1,5 × 10¹¹ kg/anno, equivalenti a circa 410.000 tonnellate al giorno. Si tratta della quota che effettivamente si aggiunge all’atmosfera, al netto del consumo biologico da parte di animali, batteri e altri processi naturali.
👉 È dunque importante distinguere tra produzione lorda (teorica) e produzione netta (effettiva).
Confrontando questi dati, emerge un quadro significativo:
Sebbene attualmente la produzione globale di ossigeno superi il consumo antropico, questo equilibrio non è garantito nel lungo termine. La deforestazione, il degrado degli ecosistemi marini e il cambiamento climatico minacciano la capacità del pianeta di produrre ossigeno. Allo stesso tempo, la crescente industrializzazione e l’uso di combustibili fossili aumentano il consumo, creando le condizioni per un possibile squilibrio futuro.
La concentrazione di ossigeno nell'atmosfera terrestre non è sempre stata costante nel corso della storia del nostro pianeta. Analizzando i dati paleoclimatici, possiamo osservare come la percentuale di ossigeno nell'aria abbia subito fluttuazioni significative negli ultimi 300 milioni di anni, influenzate da processi geologici, biologici e, più recentemente, antropici.
Durante il periodo Carbonifero, circa 300 milioni di anni fa, l'ossigeno atmosferico raggiunse concentrazioni fino al 35%, ben superiori all'attuale 21%. Questo picco è stato attribuito all'esplosione della vegetazione terrestre, in particolare delle grandi foreste che caratterizzavano quel periodo. L'alta concentrazione di ossigeno ha contribuito all'evoluzione di insetti giganti e altri fenomeni biologici caratteristici di quell'era.
Da allora, abbiamo assistito a una progressiva diminuzione della concentrazione di ossigeno, fino a stabilizzarsi intorno al 21% attuale negli ultimi millenni. Questa riduzione si è verificata in modo graduale nel corso di centinaia di milioni di anni, ed è stata influenzata da fattori come:
Nell'era industriale, il consumo antropico di ossigeno è aumentato drasticamente con l'uso dei combustibili fossili. Anche se questo incremento non ha ancora causato una riduzione misurabile della concentrazione atmosferica globale di ossigeno, grazie all'enorme riserva esistente, sta contribuendo a un lento ma costante cambiamento nella composizione atmosferica.
La preoccupazione maggiore riguarda non tanto l'esaurimento dell'ossigeno atmosferico totale, quanto gli squilibri locali che possono verificarsi in ambienti urbani densamente popolati e il deterioramento degli ecosistemi responsabili della produzione di ossigeno, come foreste e oceani, a causa dell'inquinamento e del cambiamento climatico.
Il Filtro Antiparticolato (FAP o DPF) è stato introdotto nei veicoli diesel come risposta alle normative Euro 5 ed Euro 6 per ridurre le emissioni di particolato fine. Tuttavia, questa tecnologia presenta aspetti positivi e criticità che meritano un'analisi approfondita.
Il FAP è un dispositivo ceramico poroso installato nel sistema di scarico che cattura le particelle di fuliggine emesse dal motore diesel. Funziona come una "spugna" che trattiene il particolato, impedendone il rilascio nell'atmosfera. Con il tempo, tuttavia, il filtro si riempie e richiede una "rigenerazione" per evitare l'intasamento.

La rigenerazione è il processo attraverso il quale il FAP "brucia" il particolato accumulato per liberare spazio. Durante questa fase:
Durante la rigenerazione possono essere rilasciate nanoparticelle ultrafini (inferiori a PM2.5) che non vengono trattenute dai filtri e possono penetrare direttamente negli alveoli polmonari. Le ceneri e gli ossidi metallici rilasciati possono avere effetti ossidanti e infiammatori sui tessuti.
La rigenerazione avviene spesso durante la guida normale, anche in zone urbane, quindi le emissioni finiscono nell'ambiente abitato. La CO₂ generata durante questo processo contribuisce comunque al riscaldamento globale.
I residui delle rigenerazioni spesso non sono misurati nei test standard di omologazione, facendo apparire i veicoli più "puliti" di quanto siano effettivamente in condizioni di utilizzo reale.
Il FAP rappresenta quindi una soluzione parziale al problema delle emissioni di particolato: efficace durante il normale funzionamento, ma con criticità durante i cicli di rigenerazione. Questo evidenzia come le tecnologie di mitigazione delle emissioni nei motori a combustione interna abbiano limiti intrinseci, sostenendo l'argomento a favore di soluzioni a zero emissioni locali.
L'AdBlue rappresenta una delle principali soluzioni tecnologiche adottate per ridurre le emissioni di ossidi di azoto (NOx) nei veicoli diesel moderni conformi agli standard Euro 6. Questa soluzione, apparentemente semplice, nasconde un complesso processo chimico volto a neutralizzare uno degli inquinanti più dannosi.
L'AdBlue è una soluzione acquosa composta da:
Viene iniettata nel sistema di scarico, a monte di un catalizzatore SCR (Selective Catalytic Reduction), dove avviene una reazione chimica che trasforma gli ossidi di azoto in sostanze innocue:
2 NOx + 4 NH₃ + O₂ → 3 N₂ + 6 H₂O
In pratica, l'urea contenuta nell'AdBlue si decompone in ammoniaca (NH₃) e anidride carbonica (CO₂). L'ammoniaca reagisce con gli ossidi di azoto, trasformandoli in azoto molecolare (N₂, che costituisce già il 78% dell'aria che respiriamo) e vapore acqueo (H₂O).
Sebbene l'AdBlue sia molto efficace nella riduzione degli NOx, presenta alcune limitazioni:
L'AdBlue è quindi una soluzione tecnologica che mitiga, ma non elimina completamente, il problema delle emissioni di NOx nei veicoli diesel, evidenziando ancora una volta i limiti intrinseci delle tecnologie di abbattimento delle emissioni nei motori a combustione interna.
Un aspetto fondamentale da comprendere nel dibattito sulle emissioni dei veicoli è che qualsiasi processo di combustione, indipendentemente dal carburante utilizzato, comporta necessariamente la produzione di sostanze inquinanti. Questa è una legge fisica ineludibile che merita un'analisi approfondita.
La combustione è una reazione chimica esotermica tra un combustibile (come benzina, diesel, metano, legna o idrogeno) e un comburente (generalmente l'ossigeno dell'aria). Questa reazione rilascia energia sotto forma di calore e luce, ma produce inevitabilmente prodotti di scarto che variano in base al combustibile utilizzato.
Presente in qualsiasi combustione di combustibili contenenti carbonio (praticamente tutti, tranne l'idrogeno puro). È il principale gas serra emesso durante la combustione.
Prodotto quando il combustibile contiene idrogeno, come nel caso di metano, benzina, gasolio o idrogeno puro. Sebbene sia innocuo per la salute, contribuisce all'effetto serra.
Gas altamente tossico che si forma durante combustioni incomplete per insufficienza di ossigeno. È particolarmente pericoloso in ambienti chiusi.
Si formano alle alte temperature anche con combustibili "puliti" come idrogeno o metano, a causa della reazione dell'azoto atmosferico con l'ossigeno.
Anche i combustibili considerati "più puliti" presentano problematiche. Ad esempio, la combustione dell'idrogeno, che produce principalmente vapore acqueo, genera comunque ossidi di azoto (NOx) a causa delle alte temperature raggiunte durante il processo. Inoltre, la produzione stessa dell'idrogeno può comportare emissioni significative se non avviene tramite elettrolisi alimentata da fonti rinnovabili.
Questo principio fondamentale spiega perché, nonostante decenni di miglioramenti tecnologici, i motori a combustione interna continuano a produrre inquinanti. I sistemi di abbattimento delle emissioni come catalizzatori, FAP e SCR possono ridurre significativamente alcuni inquinanti, ma non eliminarli completamente, e spesso la riduzione di un tipo di inquinante comporta l'aumento di un altro.
Questa realtà fisica costituisce uno dei più forti argomenti a favore della transizione verso sistemi di propulsione che non si basano sulla combustione, come i veicoli elettrici a batteria.
L'idrogeno è spesso presentato come una soluzione a zero emissioni per il trasporto, ma è fondamentale distinguere tra i diversi modi in cui questo elemento può essere utilizzato come vettore energetico nei veicoli. Non tutti i veicoli a idrogeno sono realmente a emissioni zero.
In questa configurazione, l'idrogeno viene bruciato direttamente in un motore a combustione interna, simile a quelli a benzina o diesel ma modificato per utilizzare idrogeno come combustibile.
In questa tecnologia, l'idrogeno non viene bruciato ma utilizzato in un processo elettrochimico che genera elettricità, la quale alimenta poi un motore elettrico.
Per valutare correttamente l'impatto ambientale dei veicoli a idrogeno, è essenziale considerare l'intero ciclo di vita, in particolare il metodo di produzione dell'idrogeno:
Anche considerando solo la fase di utilizzo, i veicoli a celle a combustibile sono significativamente più puliti rispetto a quelli con motore a combustione a idrogeno, avvicinandosi a emissioni quasi zero. Tuttavia, nemmeno questa tecnologia può essere considerata completamente priva di impatto ambientale, soprattutto se l'idrogeno utilizzato non è "verde".
Questo confronto evidenzia come le tecnologie basate sull'idrogeno presentino vantaggi rispetto ai motori a combustione tradizionali, ma con differenze significative tra loro in termini di impatto ambientale diretto.
I veicoli elettrici a batteria (BEV) rappresentano un caso unico nel panorama dei mezzi di trasporto, in quanto sono gli unici che possono realmente operare a zero emissioni locali durante l'utilizzo. Questa caratteristica li distingue nettamente da qualsiasi tecnologia basata sulla combustione, inclusi i veicoli a idrogeno con motore termico o con celle a combustibile.
Il motore elettrico converte direttamente l'energia elettrica immagazzinata nella batteria in movimento, senza reazioni chimiche che bruciano carburanti. L'unico sottoprodotto è il calore generato per effetto Joule, che è minimo rispetto a quello di un motore a combustione e non deriva da processi di ossidazione.
Per valutare correttamente l'impatto ambientale dei veicoli elettrici, è necessario considerare l'intero ciclo di vita, in particolare:
Se l'elettricità proviene da fonti rinnovabili (solare, eolico, idroelettrico), il veicolo è realmente a emissioni zero anche considerando la fase di ricarica. Con elettricità da fonti fossili, le emissioni si spostano dalla strada alla centrale elettrica, ma con maggiore efficienza complessiva.
La fabbricazione delle batterie richiede l'estrazione di minerali (litio, cobalto, nichel) che ha un impatto ambientale, seppur una tantum. Questo "debito di carbonio" viene però compensato dopo 80.000-100.000 km di utilizzo grazie alle zero emissioni durante l'operatività.
Le batterie a fine vita possono essere riciclate (recuperando fino all'95% dei materiali) o utilizzate per applicazioni stazionarie, estendendo il loro ciclo di vita e riducendo ulteriormente l'impatto ambientale complessivo.
La crescente decarbonizzazione del mix energetico in molti paesi rende i veicoli elettrici sempre più sostenibili. Inoltre, a differenza dei veicoli a combustione che mantengono invariato il loro impatto ambientale durante tutta la vita, i BEV diventano progressivamente più "puliti" man mano che la rete elettrica si decarbonizza.
Per avere un quadro completo dell'impatto ambientale delle diverse tecnologie di propulsione, è utile confrontare le emissioni dirette prodotte durante l'utilizzo dei veicoli. Questo confronto evidenzia le differenze significative tra i vari sistemi e aiuta a comprendere perché la transizione verso veicoli a emissioni zero è considerata una priorità ambientale.
Legenda: +++ = emissioni elevate, ++ = emissioni medie, + = emissioni basse, +/- = emissioni trascurabili, - = emissioni nulle
*Per la precisione, anche le BEV emettono PM da pneumatici/freni, sebbene meno dei veicoli pesanti. (Fonti: EEA, ICCT 2023 – emissioni non exhaust su BEV e ICE.)
Da questo confronto emergono alcune considerazioni fondamentali:
I motori diesel, nonostante i miglioramenti tecnologici, continuano a emettere quantità significative di ossidi di azoto e particolato, oltre alla CO₂. I motori a benzina producono meno NOx e particolato ma più CO₂ per chilometro e consumano più ossigeno. Metano e GPL rappresentano un compromesso, con emissioni generalmente inferiori ma comunque presenti.
I veicoli a idrogeno con motore a combustione eliminano le emissioni di CO₂ ma producono comunque NOx. Le fuel cell riducono drasticamente tutte le emissioni ma possono ancora avere tracce di NOx in alcuni casi. Solo i veicoli elettrici a batteria eliminano completamente le emissioni dirette di tutti gli inquinanti e non consumano ossigeno atmosferico.
È importante sottolineare che questo confronto si riferisce alle sole emissioni dirette durante l'utilizzo del veicolo, non considerando le emissioni indirette legate alla produzione del carburante, dell'elettricità o del veicolo stesso. Tuttavia, anche considerando l'intero ciclo di vita, i veicoli elettrici tendono a mostrare un vantaggio ambientale che aumenta con il passare del tempo, soprattutto in paesi con un mix energetico a basse emissioni di carbonio.
La chiara superiorità dei veicoli elettrici in termini di emissioni dirette è uno dei motivi principali per cui molti esperti e politiche pubbliche sostengono la transizione verso questa tecnologia, specialmente nelle aree urbane dove l'impatto dell'inquinamento sulla salute umana è più diretto e significativo.
L'analisi dettagliata presentata in questo documento offre una visione chiara e basata su dati scientifici dell'impatto ambientale delle diverse tecnologie di propulsione veicolare, con particolare attenzione al confronto tra motori a combustione interna (ICE) e veicoli elettrici a batteria (BEV).
La transizione verso una mobilità elettrica non rappresenta quindi solo un'opzione per ridurre le emissioni di gas serra e contrastare il cambiamento climatico, ma una necessità per migliorare la qualità dell'aria che respiriamo quotidianamente, specialmente nelle aree urbane densamente popolate. I benefici di questa transizione si estendono alla salute pubblica, alla qualità della vita e alla preservazione degli equilibri ecosistemici.
È importante sottolineare che l'elettrificazione dei trasporti deve procedere di pari passo con la decarbonizzazione del sistema energetico, per massimizzare i benefici ambientali complessivi. Inoltre, una mobilità veramente sostenibile richiede un approccio integrato che comprenda non solo il miglioramento delle tecnologie veicolari, ma anche lo sviluppo di trasporti pubblici efficienti, infrastrutture per la mobilità dolce, e politiche urbane orientate alla riduzione del traffico veicolare.
La sfida è complessa e richiede sforzi coordinati da parte di istituzioni, industria e cittadini, ma i dati scientifici indicano chiaramente la direzione da seguire: un futuro in cui respirare nelle nostre città non sarà più un rischio per la salute, ma un diritto garantito a tutti.